UN CATTIVO PER BENE

Intervista tratta da Marca Aperta luglio 2014

Alex Cendron il grande pubblico lo conosce soprattutto per averlo visto appeso ad un autobus in corsa in un noto spot pubblicitario. Nella realtà Alex Cendron è un attore drammatico di razza e in questa intervista Marca Aperta si fa spiegare tutto quello che il pubblico vorrebbe sapere.

Alex Cendron, senza pensare ai ruoli ricoperti fino ad oggi quali sono le caratteristiche che privilegi in un personaggio: il buono o il cattivo?

Ma che scherzi? Il cattivo, sempre e comunque! Nella mia carriera m’è capitato pochissime volte di poter scegliere il ruolo da interpretare e temo sarà così anche in futuro, ma non posso negare il fascino che il male ha su di me. In genere non amo classificare i personaggi in buoni e cattivi, temo che etichettarli possa impedirmi di andarci dentro fino in fondo e scoprirli. Se dovessi scegliere se interpretare Gesù o Giuda, non avrei dubbi: Giuda, anche se camminare sull’acqua potrebbe essere molto divertente.

Cambiando platee in giro per l’Italia e per il mondo riesci dal palco a capire o sentire cosa desidera il pubblico e si riesce a cambiare enfasi recitativa?

Dal palco si sente molto, e si hanno molte impressioni su cosa il pubblico potrebbe volere o sentire in un determinato momento. Temo che spesso queste impressioni siano troppo soggettive e a volte non corrette. Durante uno spettacolo è in atto una sorta di corteggiamento tra palco e platea, con dinamiche simili a quelle di un reale corteggiamento e quindi il pubblico ha una parte molto attiva. Una calibrazione di quella che tu chiami “enfasi recitativa” è quindi possibile e spesso è messa in atto, ma lo spazio di manovra è molto ristretto e come attore devi muoverti in una struttura di testo e regia che non lascia troppo margine a cambiamenti sostanziali, diciamo che si deve lavorare sul piccolo, con grande sensibilità e delicatezza. Uno spettacolo ha qualcosa anche di simile ad una notte di dolce amorosa passione tra palco e platea: voi come vedreste il fatto che alla vostra o al vostro parter squilli il telefono mentre siete nel bel mezzo di una notte d’amore? O peggio, vi piace l’idea che alla fine di tutto vi si tormenti con la domanda “Allora ti è piaciuto? Sono stato bravo?”

Teatro, cinema, televisione hanno notevoli differenze: anche quando impersonifichi dei personaggi nelle diverse realtà ci sono differenze?

Lavorare come attore nei tre ambiti che tu citi, ha ovviamente delle differenze, alcune molto evidenti, altre meno: non occorre essere Gassman per capire che dal palco devono vederti e sentirti anche a 20, 30 metri di distanza, mentre con il mezzo video tutto si svolge nell’ordine di centimetri o massimo di pochi metri. Le differenze più evidenti sono quindi quelle legate al “volume” del nostro strumento corpo/voce. Quelle meno evidenti invece riguardano la logistica di produzione: a teatro il flusso emotivo e cronologico ha dei salti e delle cesure, ma tendenzialmente mantiene una sua continuità, si va dall’inizio alla fine. Al cinema invece, e ancora di più in tv, raramente le scene sono girate nell’ordine cronologico in cui poi si vedranno nel prodotto finito e la frammentazione dell’azione è notevole: bisogna quindi avere una grande capacità di concentrazione e riuscire a mantenere uno sguardo generale sull’arco del personaggio in modo da poter saltellare da un punto ad un altro. Se vogliamo usare una metafora culinaria, è un po’ come passare dal tiramisù alla pasta col ragù, per poi assaporare una patatina dell’antipasto, poi l’arrosto, poi di nuovo un po’ di tiramisù, caffè, spinaci, caffè, un’oliva, ragù ecc … A tutto questo si aggiunge che in teatro hai la possibilità di provare in media una ventina di giorni o poco più mentre al cinema al massimo si fanno un paio di letture o prove sul set per arrivare alla tv dove se ti va bene hai il tempo di fare un giro di prova mentre l’operatore controlla i fuochi e non è detto che non si possa girare subito anche la prova. Per fortuna non sempre la situazione è così nera e sebbene siano rari, non mancano i registi cinematografici che con le unghie e con i denti ottengono dalla produzione tempi e spazi per provare le scene in modo approfondito prima di girarle.

Dai Alex Cendron, toglici una curiosità come si sta in orizzontale fuori da un autobus?

Se devo essere sincero, davvero, davvero molto scomodi. Lo spot di cui tu parli è stato girato a Buenos Aires e sono serviti due interi giorni di set per realizzarlo dato che non ci sono effetti speciali di post produzione e sono realmente appeso (con dei rudimentali ganci in ferro) alla fiancata dell’autobus che davvero correva. I ganci erano nascosti sotto gli abiti e sebbene li avessero ricoperti di spugna avevano la naturale tendenza a cercare di entrarmi nelle carni. Se aggiungi che la posizione era (sebbene non sembrasse) molto innaturale e che facevo una media di circa 30/40 minuti appeso prima di potermi sgranchire un po’ le ossa, puoi farti un’idea delle piacevoli sensazioni che provavo. Per mia fortuna un addetto alla scenografia, un enorme energumeno amorevole quanto inguardabile, veniva tra un ciak e l’altro a sostenermi prendendomi letteralmente in braccio senza staccarmi dai ganci come una novella Madonna di una paradossale pietà. La notte tra i due giorni di lavorazione, la produzione mi ha pure pagato una massaggiatrice che venisse in camera ad alleviare le mie sofferenze: una sessantenne alta un metro e cinquanta che non parlava una parola né di italiano né di inglese e che ha passato un’ora a mettermi sassi caldi sulla schiena, dispiaciuta di non avere abbastanza spazio a terra per farmi stendere sulla moquette e camminarmi sopra.

Cosa si aspetta dal domani Alex Cendron?

Aspettare una cosa è il modo migliore per preparare una delusione: sono felice delle scelte che ho fatto e della vita che vivo, spero solo che il mio conto corrente la smetta di chiedermi quando finirà questa maledetta gavetta.